Storia dell'arte

Il nuovo ruolo dell’architetto nel Rinascimento

L’età rinascimentale fu caratterizzata da una conquista notevole per gli architetti: l’emancipazione dal ruolo di artigiani specializzati in lavori meccanici e il raggiungimento di una notevole considerazione intellettuale. A chi progettava non era più richiesta la sola esperienza di cantiere, ma anche una certa preparazione culturale, indispensabile per il conseguimento di risultati di ordine, decoro e simmetria pretesi dall’estetica dell’Umanesimo.

Questo significava in primo luogo fare i conti con l’arte antica, il modello che tutti i committenti cercavano di uguagliare. Si può citare al proposito un brano del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, in cui si afferma come sia necessario per l’architetto regolarsi “allo stesso modo di chi si dà agli studi letterari. Giacché nessuno in questo campo penserà di essersi adoperato a sufficienza finché non avrà letto e approfondito gli autori, e non soltanto i migliori, ma tutti quelli che abbiano lasciato scritto qualcosa”.

Filippo Brunelleschi, Modello ligneo della cupola di Santa Maria del Fiore. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

Il percorso formativo diveniva così più articolato e complesso rispetto all’apprendistato di cantiere della prassi medievale: Brunelleschi, Francesco di Giorgio Martini, Giuliano da Sangallo e Palladio trascorsero lunghi periodi di studio a Roma, dove copiarono le vestigia degli edifici classici. Spesso la conoscenza dell’architettura romana si rispecchiava nello studio di Vitruvio, il trattatista del I secolo a.C. che nel Rinascimento ebbe una grandissima diffusione. Sintomo della raggiunta dignità intellettuale fu proprio il susseguirsi di trattati redatti dagli stessi architetti, come Alberti, Filarete e Francesco di Giorgio. Con i trattati di architettura tramontava il sistema medievale di trasmissione del sapere, basato sulla comunicazione personale delle nozioni di edilizia, che prima erano un mistero conoscibile solo dagli addetti ai lavori.

Il nuovo modo di progettare: innovazioni e resistenze

Baldassarre Peruzzi, Spaccato in prospettiva della Basilica di San Pietro. Sanguigna, penna e inchiostro su carta.Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.

Con il Rinascimento cambia soprattutto la fase progettuale preliminare, che diviene sempre più razionale e scientifica. Il primo, eloquente esempio di questa nuova concezione è visibile nel cantiere di S. Maria del Fiore, iniziato nel XIV secolo e ancora impostato secondo un sistema medievale. Si tratta del “dispositivo” redatto da Brunelleschi nel 1420, in cui, ancora in sede di progetto, si impartivano ai manovali le direttive per la costruzione della cupola, ripartendole in dodici punti e prevedendo tutte le fasi dello sviluppo del cantiere. Per dimostrare la validità del suo metodo, Brunelleschi aveva costruito senza impalcature da terra la cupola della perduta cappella Ridolfi in S. Jacopo sopr’Arno, applicando per la prima volta il sistema dei mattoni a spina di pesce.

La scientificità che stava alla base del piano di lavoro brunelleschiano era molto convincente; una volta individuate le leggi matematiche alla base della statica della cupola, esse si dimostravano valide sia per un modello in scala minore sia per l’opera stessa. I fiorentini poterono così evitare di abbandonare il cantiere, come era successo a Siena con il Duomo Nuovo: progettato nel XIV secolo come ampliamento della cattedrale esistente, questo mastodontico edificio sarebbe dovuto essere scandito da una serie di altissimi piloni, eleganti e sottili ma inadatti a reggere il peso delle volte. L’impossibilità di terminare l’edificio fu constatata a Siena dopo una serie di sopralluoghi eseguiti quando il cantiere era già in uno stadio avanzato; ancora oggi i muri perimetrali e i piloni restano a testimoniare l’ambizione di questo grandioso edificio interrotto. Con una serie di innovazioni geniali, Brunelleschi aveva risolto a Firenze una situazione d’impasse di questo tipo, riuscendo a edificare una cupola già impostata come altissima e con un diametro che sembrava impossibile da coprire.

La forma e le dimensioni erano state infatti stabilite fin dal progetto degli “otto maestri e dipintori” del 1367, un primo tentativo di fissare una linea progettuale ben definita, che tuttavia si limitava a fornire istruzioni puramente formali senza dare indicazioni di procedimenti tecnici e costruttivi. Di contro al modo di procedere delle opere medievali, ideate con un progetto di massima rivisto ogni volta che si dovevano eseguire le singole parti, Brunelleschi proponeva una programmazione rigorosa anche dal punto di vista tecnico, in cui nulla era lasciato al caso. Bisogna precisare, come è ovvio, che questa mentalità sarebbe divenuta comune solo dopo alcuni decenni, e molti grandi edifici (il Duomo di Milano, S. Petronio a Bologna, la stessa S. Maria del Fiore) continuarono a procedere secondo il sistema più tradizionale. 

Nella cattedrale milanese la vecchia organizzazione di cantiere era durata per forza di cose fino alla conclusione, nel XIX secolo; anche a Firenze, dopo avere risolto il difficilissimo problema ingegneristico e statico della cupola, Brunelleschi aveva dovuto superare un nuovo concorso per coronare la sua costruzione con una lanterna progettata da lui. È significativo anche che l’incarico per la cupola fiorentina sia stato inizialmente affidato a Brunelleschi e a Ghiberti ex aequo, secondo un’idea collegiale di conduzione del cantiere, caratteristica del medioevo. Solo qualche anno più tardi l’importanza e l’unicità del ruolo di Brunelleschi ottennero un riconoscimento ufficiale, dopo che l’architetto si era finto malato per lasciare Ghiberti da solo in cantiere e mostrare impietosamente a tutti le sue difficoltà.