Storia dell'arte

Altare di Pergamo

Nei secoli III e II sec. a.C., Pergamo, città della Misia sulle coste dell’attuale Turchia nord-occidentale, fu capitale del regno degli Attàlidi. Si affermò con i re Attalo I (240-197 a.C.) ed Eumène II (197-159 a.C.), il quale sognava di contendere il primato culturale del mondo greco ad Atene e ad Alessandria.

Pergamo e il mecenatismo degli Attàlidi

Prova di forza del regno pergameno fu l’assoggettamento, concluso nel 166 a.C., dei Gàlati, un popolo proveniente dalla Galazia, regione interna dell’Asia Minore. Con i re attàlidi, la città presentò sempre più un impianto articolato e scenografico, arricchito di monumentali edifici pubblici; essa trovava la massima magnificenza nell’Acropoli, la zona sacra posta nella posizione più elevata. Importanti templi furono eretti e dedicati alle divinità classiche, mentre la città e i monumenti si dotarono di splendide statue in bronzo e in marmo.

Pergamo, Altare dedicato a Zeus Sotèr e Athena Nikephòros, 34,60x37,10 m. (l’edificio originale). 166-156 a.C. Berlino, Pergamonmuseum.

L’Altare di Zeus

La più importante opera pergamena, eretta negli ampi terrazzamenti dell’Acropoli, fu l’altare dedicato tra il 166 e il 156 a.C. a Zeus Sotèr (Salvatore) e Athena Nikephòros (portatrice della vittoria). Si tratta non soltanto di un monumento celebrativo, ma di un vero e proprio strumento per affermare il prestigio culturale della città di fronte a tutto il mondo greco, per lo più in una delicata fase di crisi politica con Roma. La grandiosa ara venne rinvenuta negli scavi dell’acropoli dal tedesco Carl Humann tra il 1871 e il 1879, ma mutila, in quanto era stata smembrata in Età bizantina. Il frontone occidentale venne ricomposto allo Staatliche Museen di Berlino. Il monumento aveva forma quasi quadrata, misurando 34,60 per 37,10 metri. Da un’ampia scalinata si accede a un portico ionico aperto ad ali (le ante), elevato su un alto basamento. Questa impostazione architettonica, che nella monumentalità e nell’articolazione ricorda il Mausoleo di Alicarnasso, ha una chiara origine orientale.

La parte edificata sulla piattaforma è circondata da un duplice porticato: uno esterno, che la cinge interamente, e l’altro interno, attorno all’ara sacrificale, formato da colonne ioniche binate, collegate tra loro da un piccolo setto murario. Qui, sulle pareti di fondo era scolpito un fregio alto 1,56 metri con le Storie di Tèlefo, figlio di Eracle ed eroe della storia di Pergamo, nella lotta contro gli invasori greci. I rilievi del basamento L’alto basamento presenta, su tutta la sua superficie e per uno sviluppo di 120 metri, scene a rilievo marmoreo. Esse narrano la Gigantomachìa, lotta estrema tra le forze divine (Zeus e Atena, affiancati da divinità minori) e le forze irrazionali dei Giganti, figli di Gea, la Terra, e Urano, il Cielo, decisi a conquistare l’Olimpo. A sostegno degli dèi era Eracle, l’unico mortale ma, in quanto padre di Tèlefo, antenato degli Attàlidi. Inutilmente Gea, madre dei Giganti, implora gli dèi perché risparmino i figli.

Ancora una volta il tema allude al significato politico della lotta contro i Gàlati, identificati con i terribili giganti e destinati a soccombere. Sul lato est del fregio sono raffigurati gli dei dell’Olimpo, sul lato sud gli dei del giorno e della luce, a nord gli dei della guerra, della Notte e degli astri; a ovest le divinità marine. Sotto il profilo espressivo, l’opera rielabora il linguaggio drammatico di Skopas, che pure aveva operato in Asia Minore: lo cogliamo negli sguardi tesi dei belligeranti e nelle contorsioni improvvise dei corpi. Tuttavia, la classica ricerca di equilibri dell’artista di Paro non trova riscontro nell’aspra esibizione di figure dell’altare pergameno, così come gli effetti sfumati della luce sulle figure classiche non è confrontabile ai chiaroscuri improvvisi e netti che qui accentuano gli effetti di contrasto. Le figure sembrano uscire dal fregio e occupare spazi esterni sfruttando l’andamento dei gradini o emergendo dal limite inferiore della lastra, superando ogni forma di convenzione.

Scompare, insieme con i principi formali classici, la certezza della vittoria derivata dalla superiorità razionale dell’uomo. Le figure di Zeus e di Atena riprendono le pose rispettivamente di Poseidon e di Atena nel frontone occidentale del Partenone. Ma se le divinità fidiache affermavano i valori sicuri del classicismo, qui esse sembrano invece ondeggiare e orientarsi in moti divergenti, perdersi nel turbinìo di personaggi terribili, come serpenti e corpi dalle teste leonine, portando la ricerca naturalistica al limite della teatralità. Se è attendibile l’ipotesi recentemente avanzata che attribuisce la paternità dell’opera all’ateniese Firòmaco, l’ara assume un valore documentario ancora più elevato, data la grande stima che l’artista godeva nell’intero mondo ellenico. I caratteri di mobilità, di forte espressività e di articolazione compositiva hanno caratterizzato l’arte pergamena in modo così marcato da far parlare della nascita, in questa città, del cosiddetto stile Barocco antico.

Firòmaco, particolare della Gigantomachìa con le figure di Zeus e Porfirione, sul fianco orientale dell’Altare di Pergamo.